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Introduzione
Nel 1997 l'amico regista Massimo Luconi (prima di diventare Direttore Artistico del Teatro Stabile Metastasio di Prato) creò inconsapevolmente le condizioni che avrebbero portato alla nascita del progetto Cantico dei Cantici. Fu quando mi convocò in qualità di attore per prendere parte ad una pièce scritta da Dacia Maraini e prodotta dal Festival di Radicondoli che tali condizioni si concretizzarono. Il cast della pièce era composto, oltre che dal sottoscritto, da Giuseppe Moretti, Massimo Popolizio, Emanuela Villagrossi, e dalla grande Anita Laurenzi. Fu a lei che, durante una pausa delle prove, seduto a tavola nella splendida terrazza di un ristorante, proposi spudoratamente di realizzare il Cantico dei Cantici per voce recitante, affidando la composizione delle musiche ad Andrea Chimenti (ignaro sino a quel momento di quanto si stava compiendo a sue spese).
Anita, senza pensarci su, mi raggelò con il suo sguardo impossibile e mi rispose prontamente: "Accetto, carino...", accendendo una delle sue interminabili e sempre presenti sigarette. Ricordo benissimo la sensazione che provai in quell'istante. Constatare con quanta facilità e determinazione una delle più importanti e straordinarie attrici del teatro italiano del Novecento accettasse la mia sfacciata proposta, e che trovasse cosa normale farsi dirigere da un giovane attore/regista semisconosciuto di trentaquattro anni, e che tutto ciò le fosse stato dettato (me lo confidò poi) semplicemente dall'istinto, fu uno dei doni più belli che la vita abbia saputo offrirmi.

In quel periodo, insieme ad Andrea Chimenti e a Maria Erica Pacileo, avevo fondato l'etichetta discografica Le Vie dei Canti che si avvaleva di un rapporto privilegiato, a livello distributivo, con l'allora Consorzio Produttori Indipendenti (CPI). Le Vie dei Canti nasceva per valorizzare l'attività artistica di Chimenti stesso e per dare il via a una serie di progetti discografici che tenessero in buon conto il rapporto tra musica e letteratura. Fu grazie a questo nostro desiderio, e grazie all'opportunità che ci fu data allora, che riuscimmo a produrre Il Milione: quaderno veneziano di Marco Paolini, Patrilineare di Enrico Fink; Margini abitabili di Giovanni Seneca, e il nostro Cantico dei Cantici.
Ricordo la gioia di Maria Erica quando le dissi che avremmo realizzato un'opera con la signora Laurenzi e lo sgomento di Chimenti, che si trovò a dover comporre musica strumentale senza ricorrere all'uso della sua bella voce rinunciando alla collaudata forma canzone. Sapevo benissimo che gli ingredienti per la riuscita c'erano in abbondanza: si trattava solamente di avere una buona traduzione del testo ebraico e un'altrettanto buona idea registica. Utilizzammo, dietro concessione, la miglior traduzione che trovammo disponibile: la più poetica, la più profonda, quella di monsignor Gianfranco Ravasi. L'idea registica in realtà non avemmo bisogno di andare a cercarla chissà dove. Nel momento in cui osai proporre ad Anita il progetto avevo anche in mente e nel cuore l'idea che ne avrebbe sorretto la costruzione (Maria Erica la condivise immediatamente). Osservando Anita e soprattutto rendendomi conto con quanto amore parlasse di suo marito Renzo, compagno di tutta una vita, sentii che avrei voluto raccontare il Cantico attraverso l'esperienza e il sentimento di una donna innamorata e perennemente dedita a rivolgere all'Amato il proprio affetto "eterno", anche e soprattutto nel momento in cui l'Eterno avrebbe separato per sempre i loro cuori. Era nell'appuntamento con la morte che l'Amore avrebbe mostrato la propria forza, la propria energia, la propria origine divina, ed era proprio attraverso la Grazia di una donna che avrebbe manifestato tutto ciò. Chiesi ad Anita di pensare ad una interpretazione che tenesse conto del dolore, del dolore trattenuto, dominato in favore dell'altro: trattenere le lacrime per dare all'Amato il conforto di un sorriso e fargli bere, per dissetare la paura del distacco, il miele delle parole bibliche: "Forte come Morte è Amore".
Anita capì e fu subito magia. Registrammo ad Arezzo, nello studio interno alla sede de Le Vie dei Canti. Furono giorni di forti emozioni. Noi stavamo in sala regia e di là dal vetro, avvolta in una nuvola di fumo, Anita ci donava il suo talento e la sua passione. Abbiamo ancora i brividi a ripensare a quei giorni, consapevoli allora come adesso che stava accadendo qualche cosa di unico e di irripetibile. Andrea scrisse una musica che volava in alto e che assecondava perfettamente il lirismo di Anita. Anita interpretò la forza delle parole del Cantico con la sua voce grave e misteriosa. Il risultato fu un disco pubblicato nel 1998. Esiste anche una registrazione (mai edita) dell'unico evento live nel quale Anita Laurenzi e Andrea Chimenti ebbero l'occasione di presentare a circa seicento persone stipate nella chiesa di Santa Maria delle Carceri a Prato il loro splendido lavoro. Era il 6 gennaio 1998 e Massimo Luconi, in qualità di Assessore alla Cultura del Comune di Prato, fu produttore dell'evento. Come dimenticare la sincera commozione di Anita e l'interminabile applauso liberatorio del pubblico pratese? Ma ciò che era cominciato come un sogno sarebbe presto diventato un terribile incubo. La vita dà e toglie con la stessa mano. Su Anita, qualche mese dopo il debutto live del Cantico dei Cantici, si accanì un male che l'avrebbe sottratta a tutti quelli che l'avevano amata.
Un qualsiasi giorno dell'estate di dieci anni fa mi trovavo in un bar della mia città, Arezzo, nell'attesa di recarmi alla stazione ferroviaria dove avrei dovuto incontrarmi con Anita, proveniente da Roma, per essere accompagnata dal sottoscritto a Montalcino, dove l'attendevano per una recita – se non ricordo male – Paola Mannoni e Alvia Reale. C'eravamo sentiti alcuni giorni prima e così avevamo concordato il nostro appuntamento. Aprendo distrattamente un quotidiano lessi ciò che non avrei mai voluto sapere. L'articolo così diceva: "La grande attrice Anita Laurenzi è stata ieri ricoverata in un ospedale della Capitale a causa di un improvviso malore. Le date della tournée nella quale è attualmente impegnata sono sospese".
Volevo urlare! Anita non sarebbe scesa dal treno. Non riuscii a parlare con suo marito, ma rintracciando alcuni suoi familiari venni a sapere che era ancora ricoverata e le sue condizioni di salute destavano serie preoccupazioni. Io e Erica partimmo per Roma e andammo in ospedale a farle visita. La trovammo disperata e noi ci unimmo alla sua disperazione. Anita non riuscì a sentire il Cantico compiuto, perché i tempi di missaggio e di stampa del disco furono più lunghi della sua vita. Venni a sapere della sua scomparsa da mia madre, proprio mentre io e Maria Erica stavamo ascoltando il Cantico. Mia madre mi disse: "Sai, Fernando... Ieri ho letto sul giornale che è morta quell'attrice, quella che tu conosci... Come si chiama? Quella signora che è venuta mesi fa ad Arezzo!".
Era morta Anita, ma non la sua anima che riecheggiava nella mia stanza. Il resto fu solo dolore. Il tempo non livella ma trasforma. Negli anni successivi alla scomparsa di Anita sono accadute tante cose importanti e sono avvenute in noi maturazioni espressive che hanno poi portato alla realizzazione del film Cantico dei Cantici. È la quadratura del cerchio. Un lavoro che ho pensato e condiviso con persone speciali e insostituibili. Un lavoro necessario. Un bisogno che risale addirittura a molto tempo prima dell'incontro con Anita: e tutto questo è a Lei dedicato.
Ho sempre agito e subìto, attraverso l'istinto. Spiegare i tanti "perché" o le tecniche che hanno portato me ed Erica alla realizzazione del film Cantico dei Cantici accrescerebbe la mia ansia di dover dare risposte intelligenti o semplicemente appropriate. Allora continuerò a seguire l'istinto che ha accompagnato una buona parte della mia vita e a decifrarne quei segni che, a pensarci bene, esistono e resistono e non sono poi così astratti oppure inconsistenti come sembrerebbe. Vent'anni fa scrissi di getto un fiume di parole che, secondo il mio segreto sentire, contengono tracce di quell'urgenza che esattamente vent'anni dopo avrebbero portato alla realizzazione e al compimento di un lavoro che ho condiviso interamente con Maria Erica Pacileo e che essa ha assecondato con il coraggio e il sacrificio che solo una donna può saper spendere.
Con Maria Erica abbiamo realizzato un'opera che ha lavorato in noi come agisce l'energia di un rito magico, catartico, esoterico... Un rito psico-magico oserei dire.
Così, ritirare fuori le parole di tanti anni fa, è stato come apporre "un sigillo nel mio cuore" e trasferirne le chiavi alla persona con cui da quattordici anni condivido la "forma dei pensieri e il segreto del quotidiano".
Attraverso il particolare uso della macchina da presa, così ossessivamente presente e incombente sul "soggetto che agisce", abbiamo elaborato una nostra modalità espressiva (precedentemente esplorata in altri lavori) che parte dal tentativo di mettere a fuoco, a distanza estremamente ravvicinata, ciò che l'Anima attraverso la sguardo rivolto alla macchina da presa vuole comunicarci, andando al di là del significato delle parole e delle semplici azioni. Chi osserva (spettatore o regista) è egli stesso Energia che gravita intorno al personaggio, lo circonda, lo ossessiona, lo mette in fuga, lo cerca, lo implora, perché è Spirito che vuole essere afferrato e tirato fuori dal limbo dell'assenza. Oppure lo sguardo che scruta il personaggio è quello del "tempo", che non ha più consistenza e che, trasformandosi nel passato, grida ancora una volta, rivendicando di esistere, di essere riconosciuto attraverso l'azione, ed attraverso l'azione chiede di essere purificato. Sguardo che al tempo stesso è osservato da chi agisce sulla scena.
Abbiamo lavorato dilatando i tempi di realizzazione: scrittura della sceneggiatura, poi le riprese e infine il montaggio ci hanno impegnati per circa un anno e mezzo. Lentamente, con il timore di apporre la parola "fine" a questa nostra impresa, che spesso è stata ostacolata dalle stesse macchine con cui l'abbiamo realizzata. Forse anch'esse ci hanno più volte creato impedimenti per la paura di svuotarsi e di non poter continuare a condividere questa esperienza collettiva frutto dell'unione di più sensibilità artistiche e umane: a cominciare da quella di Andrea Chimenti che ha dato voce, dieci anni fa, a una musica che tutt'ora incanta, e che animerebbe anche una statua di sale: una musica senza la quale in me e in Erica sarebbe entrato solo il suono di un vento gelido. Alessandra Bedino si è addossata il peso e la responsabilità di interpretare il dolore incarnato e di portare sulla propria testa, come corona, il velo lasciatole da Anita Laurenzi. Non potremo mai dimenticare la scena, che tra noi chiamiamo la "scena della croce", e il caldo che c'era al momento della realizzazione (quaranta gradi sotto un sole cocente): Alessandra ce l'ha consegnata di getto con una commozione e un'abilità unica di attrice capace, come poche altre, di emozionarci allora come ogni altra volta che la rivediamo. Quel suo brandire la croce come falce contro i corvi della morte, o le volpi che rubano la vita, la trasforma in una Madonna che agisce per schiacciare il capo del serpente nascosto tra le zolle e che non osa uscire allo scoperto, perché sa che la vittoria è sempre dell'Amore, che sarà continuamente appannaggio dell'Amore e che, anche se l'Amore dovesse portarci ad affrontare con fatica la salita di una strada di campagna dove altre croci, altre memorie, altri dolori sono piantati come vessilli, sarà sempre la migliore strada da seguire.

Fernando Maraghini